Per conoscere meglio Dario Argento

Inferno (1980) è il secondo capitolo sulle Tre Madri, un nuovo film soprannaturale che racconta una storia di streghe. Mario Bava collabora al film e contribuisce a creare un clima da fiaba nera dove tutto è possibile, perché chi uccide è il Male. La trama non conta molto in questo nuovo lavoro di Argento che sorprende il pubblico e forse non viene compreso fino in fondo. Il regista si libera delle costrizioni narrative per sfogare il talento onirico e visionario. Questo film va trattato con una scheda autonoma, che predisporremo per uno dei prossimi numeri, vista l’importanza della tematica.

Dario Argento lascia incompiuta la Trilogia delle Madri che porterà a termine soltanto venticinque anni dopo e sorprende ancora tutti con un impensato ritorno al giallo. Tenebre(1982) è un giallo classico, contaminato da elementi horror per la solita estetica della morte e per un killer imprendibile che commette una serie di omicidi alla luce del sole. Nessun elemento fantastico, ma una solida trama, un racconto per immagini che si colora con frequenza di rosso e si ricorda per la scena finale con l’assassino nascosto dietro le spalle della vittima. Pure su Tenebre abbiamo predisposto uno specifico approfondimento.

Phenomena (1985) è un thriller soprannaturale che analizzeremo in una scheda tematica. Sergio Stivaletti comincia a collaborare con Dario Argento, gli effetti speciali si fanno più credibili e terrificanti. La maschera del killer deforme che uccide giovani fanciulle è un capolavoro di tensione macabra, ma anche il rapporto soprannaturale tra la ragazzina e gli insetti è un momento notevole di cinema fantastico.

In questo periodo Dario Argento produce due film di Lamberto Bava, suo collaboratore storico e figlio di Mario.Si tratta di Dèmoni (1985) e Dèmoni 2 – L’incubo ritorna (1986).

Opera (1987) è un thriller puro, ma non mancano i soliti elementi gotici e fantastici che ricordano il miglior Bava, reso con originalità macabra e con dettagli estetici molto gore. Il film si svolge in un teatro, è un giallo cruento con protagonista un serial killer maniaco che perseguita una giovane cantante lirica. Il meccanismo è quello dei Dieci piccoli indiani, con un assassino che uccide in uno spazio chiuso, terrorizzando e spargendo sangue. La parte horror – fantastica è legata soprattutto alla sequenza dei corvi che riconoscono il killer e si avventano su di lui strappandogli un occhio.

La fotografia è la cosa migliore di un giallo duro e claustrofobico, soprattutto la fantasia visionaria con cui Dario Argento si sbizzarrisce a rappresentare la morte. L’uso della soggettiva è ai massimi livelli e consente l’immedesimazione dello spettatore nel killer, ma nella stupenda scena dei corvi che attaccano, la macchina da presa del regista si supera e segue in soggettiva le loro evoluzioni. Alcune parti rasentano il sadismo, soprattutto quando il killer applica alla protagonista degli aghi tra le palpebre per non farle chiudere mentre lui uccide. La colonna sonora sfrutta le componenti operistiche della sceneggiatura, ben miscelate con la musica rock. Gli interpreti sono ottimi. Cristina Marsillach è protagonista assoluta e non delude con un mix di ingenuità e determinazione che non le conoscevamo. Tra gli altri ricordiamo una ormai marginale Daria Nicolodi, Coralina Cataldi-Tassoni e Ian Charleson. Il finale del giallo delude gli appassionati di thriller, ma a Dario Argento non interessa tanto il colpo di scena finale, quanto l’estetica del delitto e fotografare gli omicidi nel modo scenograficamente più valido.

Dario Argento torna in televisione nel 1987 con la trasmissione Giallo presentata da Enzo Tortora, come supervisore di alcuni corti thriller diretti dai suoi collaboratori Lamberto Bava e Luigi Cozzi, sotto il titolo di Turno di notte. Il regista dirige in prima persona Gli incubi di Dario Argento, otto corti horror della durata di tre minuti l’uno, girati in 35 mm.: La finestra sul cortile, Riti notturni, Il verme, Amare e morire, Nostalgia punk, La strega, Addormentarsi, Sammy e L’incubo di chi voleva interpretare gli incubi di Dario Argento. Dario Argento porta il cinema dell’orrore crudo e viscerale in prima serata televisiva, sconvolgendo il tranquillo palinsesto della Rai di fine anni Settanta.

Dario Argento ha conquistato una fama così grande che è conosciuto in tutto il mondo, al punto che può concedersi un progetto statunitense con John Carpenter, Wes Craven e George A. Romero. L’idea sarebbe quella di realizzare un film a più mani, ispirato ai racconti di Edgard Allan Poe, autore molto apprezzato dai giovani di quel periodo storico. L’idea iniziale subisce un ridimensionamento, perché alla fine restano della partita soltanto Dario Argento e George A. Romero. I due si ritrovano a distanza di dieci anni dalla loro collaborazione per Zombi e girano un interessante film composto da due episodi che va sotto il titolo di Due occhi diabolici(1990).

Romero gira Il caso Valdemar, che resta tra le sue cose meno riuscite, mentre Argento si supera con un gioiello thriller – horror intitolato Il gatto nero. Protagonista del corto argentiano è un ottimo Harvey Keitel, mentre la storia va ben oltre l’omonimo racconto di Poe, ma cerca di subliminare molte suggestioni desunte dall’intera opera dello scrittore. La storia racconta le vicissitudini di un macabro fotografo affascinato dalla morte che un giorno strangola il gatto nero della compagna per poterne immortalare l’agonia. La follia dell’uomo supera i limiti quando uccide la donna che voleva impedirgli di ammazzare un altro gatto nero. Il fotografo nasconde le tracce del delitto murando la donna in una parete, ma quando si accorge di aver seppellito con lei anche il gatto ancora vivo è troppo tardi. Quel gatto è una femmina e la nascita dei cuccioli lo farà scoprire. Il racconto di Poe è tra i più utilizzati dai registi italiani che ne hanno fatto molte variazioni sul tema, ma Argento utilizza il nucleo centrale della storia, modifica il finale e cita molti elementi desunti dalla narrativa di Poe.

Un altro regista lanciato da Dario Argento nelle vesti di produttore è Michele Soavi, che esce in questo periodo con due horror originali come La chiesa (1989) e La setta (1991).

Trauma (1993) è ancora una volta un thriller ma non mancano come sempre gli elementi horror, soprattutto nell’estetica dell’omicidio. Riferimenti gotici sono presenti nella seduta spiritica iniziale che si tiene in una notte burrascosa e fanno da cornice a un giallo ben congegnato con protagonista la figlia Asia Argento. La figura del serial killer che decapita le persone è desunta dall’immaginario horror e rappresenta il tipico omicida da thriller argentiano. La suspense è notevole, le soggettive dell’assassino sono frequenti ed è convincente la figura demoniaca da torturatore di una ragazza anoressica. Il film è girato negli Stati Uniti, vede tra gli interpreti anche Christopher Rydell, Piper Laurie e Frederic Forrest. Rudy Salvagnini nel suo Dizionario dei film Horror lo definisce uno psycho – horror turgido e vivace, con un occhio all’horror psicopatico statunitense, rivisto attraverso la personale sensibilità argentiana.

La trama è semplice, consiste nella caccia a un imprendibile serial killer che si manifesta durante una seduta spiritica e continua a uccidere nei modi più macabri. L’attacco ricorda Profondo rosso, forse lo cita volutamente, ma poi la trama prende strade diverse e si arricchisce di elementi macabri e grandguignoleschi. Le teste mozzate dei genitori della protagonista sono un esempio importante e rappresentano un tocco geniale da artista dell’omicidio.

La sindrome di Stendhal (1996) è un nuovo giallo intriso di elementi horror che rappresentano la cifra stilistica di Dario Argento. Protagonista principale è ancora una volta Asia Argento, giovane poliziotto che si trova a Firenze per dare la caccia a un maniaco stupratore. La sindrome di Stendhal che dà il titolo al film è quella patologia che provoca malessere e stordimento in certe persone che si trovano di fronte a capolavori. Asia Argento interpreta la poliziotta Anna Manni, allucinata dai deliri prodotti dalla patologia, che Sergio Stivaletti e Dario Argento rendono visivamente con interessanti momenti fantastici e onirici.

La trama non presenta grandi novità rispetto al film precedente, perché anche questa volta abbiamo una donna inseguita da un killer e lei che a sua volta cerca di catturarlo. La sindrome di Stendhal è un thriller sconcertante, perché l’assassino – violentatore muore a metà del film e lascia la protagonista alle prese con un delirio ancora più grande. Non è uno dei film memorabili di Argento, perché frammentario e non uniforme, soprattutto poco credibile nella seconda parte, dopo la morte dell’assassino.

Nel 1997 Dario Argento produce M.D.C. – Maschera di cera di Sergio Stivaletti, realizzato da una vecchia idea che doveva unire il re dell’horror a Lucio Fulci, il poeta del macabro, per un film manifesto che sancisse anche la loro riappacificazione. Il film doveva essere un remake de La maschera di cera, realizzato da due grandi autori horror italiani che non avevano mai lavorato insieme. La morte di Fulci interrompe il sogno, ma Argento decide di portarlo a termine con la collaborazione di Sergio Stivaletti, sino a quel momento curatore degli effetti speciali. Protagonisti del film sono Robert Hossein (Boris Volkoff) e Romina Mondello (Sonia). M.D.C. – Maschera di cera è sceneggiato da Argento, Fulci e Daniele Stroppa, ispirato ai vecchi film di Michael Curtiz (1933) e di Andrè De Toth (1953) e al racconto Una notte nel museo delle cere di Gaston Leroux. L’idea di fondo è quella del museo popolato da cadaveri trasformati in statue di cera, unita a un immancabile scienziato pazzo e sfigurato.

Lo scienziato è un mad doctor, un essere disumano, innamorato della sua arte, un alchimista che possiede segreti diabolici, capace di cambiare identità a suo piacimento. Robert Hossein è bravo a rendere nella finzione scenica un personaggio dalle mille sfaccettature. L’ambientazione parigina ai primi del Novecento è ricca di elementi gotici, sottolineati dal rapporto morboso tra carnefice e vittima. Tutto il resto è molto moderno, persino un liquido iniettato nelle vene per trasformare in statue di cera prende il posto del liquido fuso e colato sui corpi. Il film non è memorabile, anche se non mancano elementi macabri e ottimi effetti speciali, ma non potremo mai sapere cosa avrebbe potuto aggiungere la genialità horror di Lucio Fulci.

(Continua)


Gordiano Lupi scrittore, editore e traduttore. Vive a Piombino, dove è nato. Oltre che con Il Salotto di Ceci Simo collabora con Futuro Europa, Inkroci, La Folla del XXI Secolo, Valdicornia News, La Rivista degli Italiani in Francia e altre riviste. Dirige Il Foglio Letterario Edizioni. Traduce gli scrittori cubani.

Pagine web: La Cineteca di CainoSer Cultos para ser libreswww.infol.it/lupi.

Indirizzo e-mail: lupi@infol.it


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