Per conoscere meglio Dario Argento

Il fantasma dell’opera (1998) è un ritorno all’horror gotico in tono minore, un’occasione perduta per Argento di rinvigorire i fasti del suo vecchio cinema. Il fantasma dell’opera è un omaggio a un dramma horror che ha segnato l’immaginario del regista, ma non riesce mai a sollevarsi dai binari del già visto e del già detto. Alla fine del film lo spettatore ricorda soltanto i topi e circa due ore di noia, tra scene prevedibili e interpretazioni piatte. Siamo nella Parigi di fine Ottocento per raccontare la storia di un bambino allevato e cresciuto dai topi nelle fogne che diventerà da adulto Il fantasma dell’Opera.

Il mostro (Sands) vive nei sotterranei del teatro, proprio in mezzo ai topi che sono i suoi unici amici, si innamora di una giovane cantante (Argento) e cerca di aiutarla a far carriera. La pellicola nasce come melodramma gotico – romantico, ma a tratti sconfina nel grottesco e nel surreale, soprattutto non riesce a rendere credibile il dramma del protagonista. Non si comprende perché l’attrice si innamori del fantasma, ma neppure perché subito dopo comincia a odiarlo e si concede al barone Raoul de Chagny (Di Stefano), per poi tornare ad amare il fantasma. Il mostro ammazza per far cantare la sua bella, ma lo fa in modo meccanico, senza presentare motivazioni credibili. L’unica novità rispetto ai vecchi fantasmi dell’opera è un protagonista non sfigurato, ma non è molto per giustificare l’ennesima trasposizione su pellicola. Interprete principale della pellicola è Julian Sands, coadiuvato da Asia Argento, Nadia Rinaldi e Coralina Cataldi-Tassoni.

Dario Argento è in crisi creativa, su questo non c’è alcun dubbio, perché si ferma per ben tre anni prima di girare Nonhosonno (2001), un thriller abbastanza convincente ambientato a Torino. Il problema è che da Argento ci attendiamo capolavori e non ci basta un onesto thriller interpretato abbastanza bene da Max von Sydow, Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Gabriele Lavia e Rossella Falk. Le componenti horror sono ridotte al minimo, ma come sempre l’estetica della morte nei gialli di Argento presenta un taglio macabro. Nonhosonno è un omaggio al genere con cui Argento ha debuttato nel cinema e che gli ha dato maggior successo. La pellicola vive un crescendo di tensione che si esemplifica bene con la sequenza claustrofobica di un inseguimento a bordo di un treno, ma la cosa più importante sono gli omicidi, che intersecano numerosi colpi di scena. Non ha torto chi ha definito il film una sorta di remake di Profondo rosso, con qualche citazione di Tenebre nelle tecniche degli omicidi (Mereghetti). Sergio Stivaletti si occupa di effetti speciali, la sceneggiatura è di Dario Argento e Franco Ferrini (con la collaborazione di Carlo Lucarelli), mentre le musiche sono dei Goblin. La sceneggiatura presenta buchi narrativi, i dialoghi sono risibili e artefatti, la storia ha molti momenti morti. Il film rappresenta una fase di stanca di Argento, che ha smarrito l’ispirazione dei tempi migliori e pare girare film controvoglia..

Il cartaio (2004) è ancora peggiore, forse segna il momento di maggior crisi creativa di Dario Argento. Per fortuna che non interessa molto ai fini del nostro lavoro, perché è un thriller che racconta la storia di un killer maniaco del videopoker. Dario Argento e Franco Ferrini confezionano un giallo prevedibile, senza colpi di scena e con pochissimo sangue. Un pessimo prodotto televisivo da dimenticare, mal recitato e con una colonna sonora di Claudio Simonetti che fa rimpiangere i bei tempi andati.

Ti piace Hitchcock? (2005) è un altro modesto thriller di impostazione televisiva scritto da Argento e Ferrini, zeppo di citazioni hitchcockiane, ma povero di suspense e di tensione narrativa. La colonna sonora di Pino Donaggio e un po’ di voyeurismo erotico condiscono una produzione alimentare che non ha niente a che spartire con l’horror. Il film è stato prodotto dalla Rai, ma non è mai andato in onda.

Il ritorno all’horror per Dario Argento viene celebrato con due film per la televisione statunitense, inseriti nel ciclo Master of Horror, che vede come primo prodotto Jenifer – Istinto assassino (2005).

Un poliziotto salva dalla morte per decapitazione una ragazza dal volto mostruoso e il corpo stupendo, che lo strega al punto di fargli mollare la famiglia per andare a vivere con lei in una casa in mezzo a un bosco. La ragazza ha lunghi capelli biondi stile The Ring che in parte coprono un viso orribile, occhi neri come il petrolio, privi di pupille, denti affilati e bocca deforme. Il poliziotto si innamora e precipita in una spirale di orrore senza fine quando si rende conto che Jenifer uccide senza pietà e si ciba delle interiora dei corpi massacrati. La sua prima vittima è un gatto, ma ben presto la ragazza passerà ai bambini e alle persone che incontra sulla sua strada. Il finale (non troppo a sorpresa) fa presagire un nuovo inizio della storia. Poco da dire su questo horror televisivo di Dario Argento che pare destinato a realizzare prodotti sempre peggiori. Jenifer è un film che dura poco meno di un’ora e lascia nello spettatore una sensazione di già visto, un insieme di citazioni poco legate da una storia plausibile. Jenifer è una sorta di mostro cannibale che ricorda Antropophagus di Joe D’Amato, soprattutto quando mangia le viscere delle vittime, ma anche The Elephant Man di David Lynch per le fattezze del volto. Argento cita il cinema cannibale di Lenzi, Deodato e Martino, realizzando un cannibale metropolitano, una sorta di bestia affascinante e perversa. Ne viene fuori un modesto horror erotico che ricorda i fumetti neri degli anni Settanta, un oggetto ibrido che non decolla mai e che fa innervosire lo spettatore. Soggetto e sceneggiatura sono di Steve Weber (interprete principale), che adatta un racconto di Bruce Jones. Il sottofondo erotico è forte, anche se Argento ha contestato il taglio di un paio di scene hard, il gusto del malsano è presente, il contenuto sanguinolento è abbondante, ma non si nota lo stile del regista. Lo sviluppo della storia è fiacco e prevedibile: si comprende come andrà a finire dopo la prima scena.

Pelts fa parte della seconda serie dei Masters of Horror e conferma la crisi artistica del regista. Jake Feldman (Meat Loaf), pellicciaio attratto morbosamente dalla spogliarellista Shana (Ellen Ewusie), entra in possesso di alcune pelli di procione di ottima qualità. La pelliccia che ne deriva è magnifica ma maledetta, perché gli animali sono stati uccisi in una zona custodita da una donna misteriosa. Le persone a contatto con la pelliccia impazziscono, togliendosi la vita o trasformandosi in spietati assassini. Lo stesso Jake finisce per mutilarsi in modo orrendo, togliendosi la pelle dal corpo, rincorrendo Shana in un finale che segna un trionfo di splatter.

Pelts è uno splatter puro che per fortuna dura soltanto sessanta minuti. Ci sono scene di violenza e il sangue abbonda, ma la storia è noiosa, mal recitata, pure se girata con professionalità e infarcita di effetti speciali. Sarah Grahma e Attila Vaski sono i curatori di trucchi ed eftetti che meritano una particolare citazione. Argento non riesce a creare personaggi degni di questo nome, ma soltanto macchiette fumettistiche monodimensionali e sembra realizzare il corto senza passione. Pelts non emoziona, non fa fremere per i protagonisti, non incute timore o angoscia. Non bastano effetti speciali ben realizzati per costruire un horror memorabile ed è vero che Argento si limita a dare esempi di abilità tecnica. Citiamo tra i momenti macabri migliori: il ragazzo che infila la testa nella tagliola strappandosi la faccia, l’uomo che si sventra estraendo le proprie budella (cita Antropophagus -1980 – di Joe D’Amato) e l’operaia che si cuce il viso fino a uccidersi. La cosa più negativa è che Argento pare affascinato da un certo horror asiatico, così crudo da risultare inguardabile per gli eccessi di violenza e di automutilazioni. L’atmosfera ricorda pellicole contemporanee come Hostel (2005) di Eli Roth, ebbre di sadismo, sangue, terrificanti effetti speciali, amputazioni e corpi macellati. L’erotismo è importante, ma è un erotismo cupo e malsano, che anticipa sempre momenti truculenti. La parte in cui il protagonista si sfila la pelle come se fosse un maglione e la offre a una prostituta d’alto bordo come pegno del suo amore è disgustosamente ben fatta.

Restano sequenze eccessive, che sembrano fare il verso ad H.G. Lewis, il padre del gore, e che speso vanno oltre gli eccessi di Lucio Fulci. Claudio Simonetti compone una delle sue peggiori colonne sonore che accompagna un lavoro povero di suspense. I dialoghi sono approssimativi e la recitazione degli attori poco più che modesta. Poche le note positive. Una scena si ricorda per intensità fiabesca, quando un gruppo di procioni corre a spiare attraverso i vetri delle finestre. Gli animali uno accanto all’altro, spiano e ascoltano la custode del loro segreto. Dario Argento conferma di saper girare le scene con protagonisti animali o insetti. Il regista non si dice deluso dal risultato di Pelts che ritiene “frutto di una libertà creativa mai intralciata dalla produzione e più violento rispetto a Jenifer”. Nel cast figura John Saxon nei panni di un vecchio cacciatore di frodo, citazione vivente di un passato horror, ma esce presto di scena perché è la prima vittima della maledizione. Fa una fine davvero splatter, con il cranio fracassato da una mazza da baseball, ucciso da un ragazzo che si muove stregato.

La terza madre (2007) è l’ultimo horror di Dario Argento, che segna il suo ritorno al cinema con una produzione importante e soprattutto la tanto attesa conclusione della trilogia delle Tre Madri. A nostro parere è il più fulciano dei film di Dario Argento, un vero e proprio omaggio al regista scomparso, una pellicola che filma la morte e ogni tipo di eccessi senza limiti di sorta. Ne parliamo diffusamente in una scheda. Consola il fatto che il film non delude, ma segna un bel ritorno all’horror soprannaturale, un piccolo capolavoro di macabra tensione ricco di effetti speciali e di suspense. Per concludere ricordiamo che Argento ha prodotto: Dawn of the Dead – Zombi (1978) di George a. Romero, Dèmoni (1985) e Dèmoni 2 – L’incubo ritorna (1986) di Lamberto Bava, La chiesa (1989) e La setta (1991) di Michele Soavi, M.D.C. – Maschera di cera (1997) di Sergio Stivaletti e Scarlet diva (2000) di Asia Argento. Per approfondire l’opera di Dario Argento consigliamo tutti i volumi editi da Profondo rosso, curati in prima persona da Luigi Cozzi e realizzati da validi autori come Antonio Tentori, Francesca Lenzi, Fabio Giovannini, Antonio Bruschini e molti altri. Importante anche il libro – intervista di Fabio Maiello edito da Alacran (2007).

Giallo (2010) è un’opera controversa, ma molti critici ne parlano come di un lavoro interessante anche se non del tutto riuscito. Davide Pulici su Nocturno Cinema fa notare: “Giallo non è uno strazio vederlo. Adrien Body è simpatico nella parte di un comissario nevrotico e tabagista, un newyorkese capitato non si sa come alla questura di Torino”. Il film è prodotto dalla Film Commission di Torino e proprio per questo sembra uno spot turistico della città piemontese. Non c’è molta atmosfera e la fotografia pare quasi un pretesto per ritrarre alcuni scorci torinesi. Argento ha cominciato a girare Giallo a maggio 2008. Il giallo del titolo non è un gran mistero, perché è il colore della pellle del killer, ma non è un cinese come si potrebbe pensare, è soltanto un uomo malato di itterizia. Il killer è un tassista che carica le vittime, le porta in un gasdotto abbandonato e le fa a pezzi. Macelleria tipo Hostel, come da copione per l’horror contemporaneo che pare basarsi sul solito tema della rappresentazione della violenza. Argento esibisce in rapida sequenza corpi fatti a pezzi, ma non lesina in amputazioni di labbra e dita praticate da svegli. Brody nei panni del poliziotto funziona, Emmanuelle Seigner non è il massimo, Elsa Pataki è convincente. Il serial killer è abbastanza ridicolo con la sua faccia gialla. Davide Pulici aggiunge che “le musiche sono pessime, ma soprattutto è netta la sensazione che Dario Argento stia facendo Dario Argento per programma, senza crederci, senza provare emozioni”. Giallo è costellato di momenti splatter, dettagli di carneficine, viscere esibite, tutto secondo la ricetta dell’ultimo Dario Argento reduce dai Masters of Horror.

Nelle prossime puntate approfondiremo qualche film di Dario Argento e parleremo di Dracula 3D.


Gordiano Lupi scrittore, editore e traduttore. Vive a Piombino, dove è nato. Oltre che con Il Salotto di Ceci Simo collabora con Futuro Europa, Inkroci, La Folla del XXI Secolo, Valdicornia News, La Rivista degli Italiani in Francia e altre riviste. Dirige Il Foglio Letterario Edizioni. Traduce gli scrittori cubani.

Pagine web: La Cineteca di CainoSer Cultos para ser libreswww.infol.it/lupi.

Indirizzo e-mail: lupi@infol.it


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