di Amelia Settele

La guerra del Vietnam fu un conflitto cruento molto lungo che durò circa vent’anni: dal 1 Novembre 1955 (data di costituzione del Fronte    di Liberazione    Nazionale Filo-Comunista) al 30 Aprile 1975 (caduta di Saigon)    che vide l’esercito Americano supportare il governo del Vietnam del Sud e    combattere    le milizie del Vietnam del Nord. Uno scontro che ha delineato la storia di entrambi i paesi coinvolti e per il quale sotto alcuni aspetti il mondo ancora oggi, ascolta    gli echi e vive le sue conseguenze.

In Vietnam il conflitto viene anche ricordato come: “Guerra di Resistenza contro gli Stati Uniti”.

La storia che sto per raccontarvi, si svolge pochi giorni prima del ritiro delle truppe statunitensi dal conflitto. Esattamente tra il 3 e il 26 Aprile 1975 venne attuata l’operazione di evacuazione denominata “Babylift” – “ascensore per bambini”.

È subito importante sottolineare che l’operazione “Babylift” è una costola “preziosa” dell’altro    esodo vietnamita, promosso e organizzato dagli Americani , passato alla storia come “Operation New Life”.    Il quale    permise – attraverso un ponte aereo americano – l’espatrio di circa 110.000 civili verso l’Occidente.

Per la precisione, l’operazione “Babylift“    ebbe come protagonisti esclusivamente neonati e bambini (per lo più orfani) provenienti dal Vietnam del Sud.

Ne furono imbarcati circa 3.300, ma il numero esatto non è mai stato reso pubblico o ufficializzato. I contingenti americani permisero    un vero e proprio espatrio di massa volto ad allontanare i bambini dal proprio paese per essere messi al sicuro, e infine adottati da famiglie in grado di accoglierli. Va altresì sottolineato che    il governo degli Stati uniti approvò e organizzò l’evacuazione sotto richiesta delle    associazioni umanitarie che operavano sul territorio in quel periodo, come: “International Orphans ” (oggi Childhelp), “la Fondazione Pearl S. Buck” , e molte altre.

Le organizzazioni umanitarie vista la situazione del paese, credettero più giusto allontanare quanti più orfani e neonati possibili dagli scenari    che si andavano a delineare all’orizzonte, convinti anche di non essere più in grado di supportarli e crescerli come finora avevano fatto. Ad accogliere tale richiesta fu il Presidente Gerald Ford, il quale dichiarò di aver progettato l’evacuazione organizzando 30 voli di grandi aerei da trasporto ( come il C-5 A Galaxy ) che    garantivano a un folto numero di piccoli passeggeri di arrivare verso    luoghi sicuri come: l’America, il Canada, l’Australia e la Francia per ricominciare una nuova vita con le famiglie d’adozione sparse per il mondo.

La maggior parte tra neonati e bambini arrivarono all’aeroporto internazionale mentre Sai-gon era sotto bombardamenti. Tra gli ultimi devastanti atti di una guerra che sembrava non avere più fine, i giovani protagonisti di questa pagina storica vennero fatti salire a bordo, tra il rumore agghiacciante delle bombe e i sospiri di chi rimaneva a terra, certo ormai del tramutare degli eventi.

Oltre agli orfani, ad infoltire il numero di piccoli passeggeri inconsapevolmente pronti per essere imbarcati, ci furono anche molti bambini lasciati tra le braccia dei militari, dalle stesse    famiglie d’origine. La maggior parte di esse avevano appoggiato e supportato gli Americani e pertanto decisero di vivere questo sacrificio perchè convinti    di garantire un futuro migliore ai propri figli, rispetto a quello che li attendeva se fossero rimasti con loro. Infatti le ripercussioni per tanti sud-vietnamiti furono di una brutalità enorme.

Tra i passeggeri del ponte umanitario molti erano    ancora in fasce, tanto da essere imbarcati e custoditi    dentro scatole di scarpe improvvisate come culle. Un giacilio inconsueto che però garantiva loro    un riparo per affrontare il lungo viaggio aereo.

Purtroppo non tutto filò liscio e il primo aereo a decollare con a bordo i bambini rifugiati, ebbe un incidente.

Poco dopo le 16 del 4 aprile 1975, il Lockheed C-5 Galaxy decollò dall’aeroporto Saigon-Than Son Nhat per schiantarsi appena dodici minuti più tardi.

Si contarono 153 vittime, di cui 78 bambini.

La disgrazia colpì l’opinione pubblica in modo incisivo e saltò agli occhi anche l’urgenza di portare via a ritmo più serrato sia i bambini che gli altri rifugiati.

A seguito della tragedia e con lo scarseggiare dei veicoli militari utili per portare avanti l’emigrazione, tutta l’operazione ebbe un rallentamento. Solo l’aiuto provvidenziale dell’uomo d’affari Robert Macauley che noleggiò – a proprie spese – un Boing 747 della compagnia Pan Am, permise di far partire più di 300 bambini. Per far fronte a tutte le spese del viaggio,    Macauley ipotecò la sua casa.

Sin da subito l’operazione Babylift accese e fomentò molti dibattiti, anche se nata come “operazione umanitaria” , non tutti l’accolsero come unica soluzione    possibile e giusta nei confronti di questi minori.

Sicuramente fu un corridoio umanitario senza precedenti fino a quel momento storico, che merita pertanto di essere ricordato.

Com’ è anche vero che molti sud-vietnamiti che avevano appoggiato le truppe americane, pagarono un contraccolpo altissimo l’abbandono statunitense, delineando un panorama che avrebbe reso difficile la sopravvivenza anche ai piccoli rifugiati, espatriati grazie all’operazione Babylift.

Oggi, molti di quei    neonati che furono adagiati dentro scatole di scarpe, come alcuni di quei    bambini ammassati nelle fusoliere dei grandi aerei americani sono cresciuti, e hanno fondato l’Operation Reunite – un’organizzazione senza scopo di lucro – che anche grazie alla rete ha permesso a molti di loro di ritrovare le proprie famiglie d’origine.    Affidando ai test del Dna la possibilità concreta di ritrovare i parenti biologici.

Allontanati dal conflitto, cresciuti al sicuro, non hanno comunque mai abbandonato le loro radici e ancora adesso cercano la propria identità familiare e culturale.

Vista l’attuale situazione mondiale è difficile non rievocare L’operazione babylift come un vero e proprio dejà vu con il suo clamore e il suo dolore, capace di riflettere un’altra pagina storica da poco scritta che risalta agli occhi l’ennesimo ritiro delle truppe americane da una terra dilaniata da un conflitto ventennale, che porta il nome di Afghanistan.

La storia si ripete, ma l’uomo non impara.


Fonti:
  • Istorica: “L’Operazione Babylift, la grande evacuazione americana”
  • Vanilla Magazine: “Da Saigon in una Scatola da Scarpe: la rocambolesca Operazione Babylift alla fine della Guerra del Vietnam”
  • Wikipedia: “Operazione Babylift” e “Guerra in Vietnam”

Per leggere gli articoli correlati clicca sul pulsante sotto:


Amelia Sèttele

Ciao, mi chiamo Amelia Sèttele! Amo viaggiare, leggere e scrivere. Cito una frase di Tiziano Terzani – uno dei miei scrittori preferiti – perché mi rappresenta tantissimo: Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.


Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.