di Amelia Settele

Quella che sto per narrarvi è una delle pagine più lugubri della storia dell’uomo. Il termine principale che la ricorda trae in inganno sin da subito perché, quando si legge e pronuncia la parola “Comfort Women” si tende a rispettare la sua traduzione – Comfort women: donne di conforto – e ad associare la figura a qualcosa che riporta serenità e dolcezza.

In realtà la vicenda storica che sto per raccontarvi di “confortevole” non ha assolutamente nulla. Una vicenda che si tinge di termini brutali come: stupro, violenza, schiavitù e costrizione. Oltraggio, paura e silenzio. Oblio, ingiustizia e vilipendio. Comfort women un appellativo che suggella tutto il contrario del suo reale significato, della sua vera natura, fatta di soprusi, coercizione e vessazione.

Chi erano le Comfort Women?

Le Comfort Women – o Ianfu (慰安婦,いあんふtermine giapponese, sinonimo di comfort women- sono le infauste protagoniste di questa narrazione. Erano donne maggiormente del Sud Est Asiatico – principalmente Coreane ma anche Cinesi, Filippine, Indonesiane, Thailandesi e persino Olandesi – costrette a prostituirsi per i soldati dell’Impero Giapponese. Il numero esatto delle vittime coinvolte in questa storia non è mai stato accertato, ma si suppone che si aggiri intorno alle 20.000, per un massimo di 410.000, stando alle fonti di accademici cinesi.

Si è accertato che la prima Comfort House fu aperta e organizzata per soddisfare gli istinti sessuali (e non solo quelli) delle truppe nipponiche intorno al 1932. L’ultima a chiudere fu (solo) nel 1945, con la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del Giappone nel conflitto.

Ben 13 anni di attività, hanno reso reale l’incubo di questi “Campi di prostituzione forzata” per molte donne e ragazze. Un inferno che ancora oggi grida rispetto per le oppresse, su cui il mondo e la storia hanno deciso di dedicare troppo silenzio e poca equità.

Le “Military Comfort House” furono ideate e istituite seguendo l’assurda logica di voler evitare gli stupri di guerra e di tutelare il più possibile la salute dei soldati dalle malattie sessualmente trasmissibili, monitorando le Jugun Ianfu (Military Comfort Women) con visite mediche programmate dai medici. L’intento era anche quello di provare a scongiurare l’inevitabile inasprirsi dei rapporti tra i civili delle zone occupate militarmente, verso l’esercito stesso. Anche se durante la fine del conflitto mondiale, la storia narra che l’esercito nipponico attuò nelle zone occupate, ormai allo stremo di forze e risorse la Sanko Sakusen – la Politica dei Tre Tutto:

  1. Uccidi tutti
  2. Saccheggia tutto
  3. Distruggi tutto.

Le Comfort House:

Le “Comfort House” venivano organizzate e gestite nelle vicinanze dei territori interessati dal conflitto delle milizie giapponesi. Con il passare degli anni, s’istituirono “Military Comfort House” a macchia di leopardo.

Inizialmente vennero ingaggiate prostitute professioniste, ma col passare del tempo la richiesta si fece più sostanziosa dell’offerta. L’esercito contava sempre più militari tra le sue file e il territorio occupato dal conflitto allargava i suoi confini, pertanto i funzionari militari iniziarono ad avere bisogno di un sempre maggior numero di donne per soddisfare la richiesta delle truppe. Le testimonianze arrivate sino a noi, dichiarano che molte ragazze vennero vendute dalle famiglie più povere per pochi yen, altre invece ingannate con promesse di opportunità di lavoro in fabbrica. Tutte purtroppo, precipitarono in quell’inferno chiamato “Military Comfort House”.

Tante giovani dei paesi occupati dalle forze dell‘Impero del Sol Levante, sparirono misteriosamente dalle proprie abitazioni, dai propri luoghi di lavoro. Delle loro vicissitudini la storia non ci assicura più nessuna notizia ufficiale; ma nella maggior parte dei casi divennero schiave sessuali. Molte erano bambine di appena 13, 14, 15 anni. La maggior parte di loro non fece mai più ritorno a casa e le poche sopravvissute portarono addosso cicatrici indelebili e ferite dell’anima che le perseguitarono per tutta la vita.

Non solo furono concesse, irretite, ma molte di loro furono letteralmente rapite per poi essere obbligate a diventare delle Ianfu.

Le giornate all’interno delle “Comfort House” erano massacranti. Senza diritti, senza dignità alcuna per le ragazze. Subivano dai 30 ai 40 rapporti sessuali al giorno. Molto spesso anche i medici inviati per visitarle e monitorare la loro salute, le obbligavano a subire violenza. Quelle che rimanevano incinte, venivano costrette all’aborto. Chi si ammalava di malattie veneree, veniva sottoposta a cure talmente tanto invasive da lasciarle spesso sterili a vita e, se non bastava, venivano uccise.

Oltre l’abuso sessuale anche la violenza era all’ordine del giorno. Un sempre maggior numero di militari infatti, sfogava sulle ragazze le proprie frustrazioni, la follia impregnata dalla guerra e dalla lotta. A loro tutto era concesso. Pagando, le Ianfu si trasformavano in carne senz’anima su cui banchettare. Addirittura l’omicidio da parte di un militare nei confronti di una comfort woman, non veniva perseguito.

Donne senza diritti, vittime sotto tutti gli aspetti.

Tutto era organizzato in base alle esigenze dell’esercito e per non “scontentare” nessuno dei clienti, alcune sopravvissute hanno dichiarato che venivano istituiti turni e orari di accesso alle truppe, variabili per costo e tempo, al grado appartenuto ai militari:

1. Soldati semplici: dalle 10 AM alle 5 PM al costo di 1.50 yen 20 / 30 minuti

2. Addetti non militari: dalle 5 PM alle 9 PM al costo di 3.00 yen 30 / 40 minuti

3. Ufficiali: dalle 9 PM alle 12 PM al costo di 5.00 yen 30 / 40 minuti.

Nelle fasi finali del conflitto mondiale, con l’avvicinarsi della sconfitta del Giappone, molte milizie decisero di uccidere le comfort women che vivevano ai confini dei campi militari perché temevano che l’esercito americano potesse liberarle sì, ma anche sottoporle ad interrogatori utili per scoprire l’organizzazione delle truppe. Tant’è che furono ritrovate delle fosse comuni pieni di corpi di giovani donne. Inoltre i militari Giapponesi distrussero gran parte dei documenti redatti, per paura di essere poi accusati di crimini di guerra.

La testimonianza di un soldato Giapponese, Yasuji, ci permette di comprendere sotto quale regime di terrore e follia, vissero le Jugun Ianfu e cosa abbiano vissuto:

le donne piangevano ma non c’importava se vivevano o morivano. Noi eravamo soldati dell’Imperatore. Sia nei bordelli militari che nei villaggi, violentavamo senza riluttanza. La violenza e le torture erano comuni”.

Alla completa mercé della follia dell’uomo, queste donne ci portano a capire che la loro schiavitù ha toccato tutte le peggiori sfumature che la parola stessa porta con sé.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il silenzio più assordante calò su questa triste storia. Il passare del tempo, lo cementò nell’oblio.

Anche se nel 1964 il Giappone versò la sostanziosa cifra di 364 milioni di dollari al governo Coreano, come risarcimento per tutti i crimini di guerra commessi annoverando al suo interno, anche le Comfort Women; dobbiamo comunque attendere il 1977 per iniziare a sentire le voci delle poche sopravvissute -si conta che solo il 25% delle Ianfu, riuscì a salvarsi. Fu la Coreana (residente da anni in Giappone) Pong-ki Pe a raccontare per prima quello che accadeva in quelle mostruose “zone di conforto”. Dopo di lei, molte altre hanno aggiunto testimonianze a questa pagina storica che racchiude uno degli episodi più atroci di schiavitù sessuale e privazione dei diritti umani.

Solo (e soltanto) nel 1994, il Governo Giapponese creò un “Fondo Donne Asiatiche” per distribuire indennizzi supplementari da elargire alle Filippine, alla Corea del Sud, alla Thailandia e ai Paesi Bassi. Si deve ricordare quest’avvenimento anche perché l’allora Primo Ministro Giapponese scrisse ed inviò a tutte le ex Ianfu ancora in vita, una lettera ufficiale di scuse:

Come Primo Ministro del Giappone, io dunque rinnovo le mie più sincere scuse e il [mio più sincero] rimorso a tutte le donne che furono sottoposte ad immensurabili e dolorose esperienze e [che] soffrirono ferite fisiche e psicologiche incurabili nel ruolo di comfort women”.

Questo gesto fu importantissimo anche per porre fine alle illazioni che vedevano alcuni storici ed intellettuali negare l’esistenza delle Military Comfort House. Fu chiaro a tutti, che il Giappone chiedeva scusa perché la storia delle Ianfu, purtroppo, non era inventata.

Ho chiesto alla redazione di poter scrivere questo articolo per rendere omaggio a tutte le sfortunate protagoniste coinvolte in questa disumana vicenda. Perché non ci si dovrebbe mai scordare delle troppe Donne che hanno ormai i volti sbiaditi dalla forza della ciclicità della vita, incalzate anche dalla tempra della storia, che le ha volutamente spinte verso i margini dei racconti. Ecco, oggi più che mai, riportiamole al centro e doniamo loro la giusta importanza, che avrebbero sempre dovuto avere.


Fonti:

  • I viaggiatori Ignoranti: “Comfort Women, le schive sessuali dell’esercito Giapponese”
  • Mondo Internazionale: “La Vicenda delle Comfort Women”
  • Unive: “Comfort Women

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Amelia Settele

Ciao, mi chiamo Amelia Settele! Amo viaggiare, leggere e scrivere. Cito una frase di Tiziano Terzani – uno dei miei scrittori preferiti – perché mi rappresenta tantissimo: Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.


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