Fino a 9 novembre continua: Resolution 808 di Martino Lombezzi e Jorie Horsthuis, Officine Fotografiche, via Giuseppe Libetta 1, Roma. Ingresso Gratuito. Da lunedì a venerdì 10.00-13.30 – 15.30-19.30.

Ringraziamo l’Ufficio Stampa per averci segnalato questo evento.

Resolution 808
di Martino Lombezzi e Jorie Horsthuis

A 25 anni dall’istituzione del Tribunale Penale Internazionale sui Crimini di Guerra in ex-Jugoslavia il IX Festival della Diplomazia porta, per la prima volta in Italia, una mostra che ne racconta la storia dall’interno.

Fino al 9 novembre 2018, Officine Fotografiche, Via Giuseppe Libetta, 1 – Roma
Ingresso gratuito
Dal lunedì al venerdì 10.00-13.30 / 15.30 – 19.30

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Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) è stato creato nel 1993 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come risposta al conflitto e ai gravi crimini che si stavano verificando nella ex Jugoslavia. Per la prima volta nella storia, un tribunale veniva istituito nel mezzo di una guerra, con il compito di perseguire e giudicare i principali responsabili di atrocità che non avvenivano in Europa dalla seconda guerra mondiale: assedio, detenzione in campi di concentramento, uccisioni di massa, genocidio. Non esistevano precedenti per guidare il lavoro pratico di questa istituzione, la prima corte internazionale per crimini di guerra dopo i processi di Norimberga e Tokyo del secondo dopoguerra.

A distanza di venticinque anni dalla sua creazione, è tempo di fare una riflessione su questa esperienza unica di giustizia internazionale, che si è conclusa alla fine del 2017. Che cosa abbiamo imparato? In che misura il Tribunale per la ex Jugoslavia ha raggiunto l’obiettivo di condurre processi equi e fare giustizia? Quali critiche possono essere mosse al suo operato?

La mostra “Resolution 808” , curata da Daria Scolamacchia, realizzata con il contributo dell’Ambasciata dei Paesi Bassi in Italia e del Festival della Diplomazia, ci porta dietro le quinte di questa istituzione, e la racconta attraverso immagini degli interni, fotografie dagli archivi, ritratti di molti protagonisti ed interviste esclusive. Martino Lombezzi e Jorie Horsthuis presentano un affresco unico del Tribunale, che negli ultimi venticinque anni ha incriminato 161 persone, condotto decine di processi, e che normalmente è chiuso al pubblico. È l’occasione per scoprire la storia del luogo in cui sono stati processati criminali di guerra come Milosevic, Karadzic e Mladic – e dove la storia contemporanea dei Balcani è stata riscritta.

“Un tribunale come questo non sarebbe mai esistito al giorno d’oggi”, afferma Bob Reid, capo delle operazioni dell’ufficio del pubblico ministero. “Sicuramente, sarebbe stato posto il veto dal Consiglio di sicurezza. La geopolitica è cambiata molto dagli anni ’90, e questo rende l’eredità della nostra istituzione ancora più unica”. Come ufficiale di polizia australiano, Reid è arrivato all’Aia nel 1994, quando l’ICTY era ancora in una fase preparatoria. “L’idea di istituire un tribunale era molto idealistica”, dice. “La guerra stava ancora infuriando, i leader erano ancora al potere. Come potremmo ottenere qualcosa da loro? Nessuno credeva che potessimo farcela davvero. Ma ce l’abbiamo fatta”.

L’ex agente di polizia si dirige verso un enorme caveau al terzo piano dell’edificio. ‘Accesso ristretto’ recita un cartello sulla porta. “Benvenuto nel frigo”, sorride Reid”. La temperatura è mantenuta artificialmente bassa in questo spazio. “È qui che vengono conservate 9,1 milioni di pagine di prove”, dice. “Insieme a floppy disk, mappe militari ed esumazioni, questo è il materiale su cui costruiamo i nostri casi.” Si dirige verso uno schedario all’estremità del caveau. “In queste scatole conserviamo i diari di Mladic. Li abbiamo trovati nel suo appartamento a Belgrado, dove li aveva nascosti dietro un muro finto. Quando li ho visti per la prima volta, ero elettrizzato: lì dentro è scritto tutto: dov’era, in quale data e con chi ha parlato. È una prova molto importante”.
“Quando sono arrivato nel 2008, Karadzic e Mladic erano ancora in fuga. C’era ben poca speranza che sarebbero stati arrestati, sembrava un grosso fallimento. Oggi, entrambi sono stati processati e giustizia è stata fatta.“
Tuttavia, le sentenze non sembrano portare alla riconciliazione tra i popoli dei Balcani. “È molto doloroso vedere che leader come Mladic, Prlic e Haradinaj siano ancora percepiti come eroi nei loro paesi d’origine”, afferma Serge Brammertz, il Procuratore Capo. “Un dormitorio studentesco in Serbia è stato intitolato a Radovan Karadzic. Questo è un peso per la nuova generazione”.

IL PROGETTO
Il tribunale ha pronunciato la sua ultima sentenza lo scorso novembre: Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo bosniaco, accusato di genocidio e crimini contro l’umanità per il massacro di Srebrenica e molti altri crimini di guerra commessi dalle sue truppe durante la guerra del 1992-1995, è stato condannato all’ergastolo. Dopo questo importante e lungamente atteso giudizio, l’ICTY ha chiuso i battenti, mettendo fine a 25 anni di indagini sui crimini di guerra. Il MICT, Meccanismo residuo per i tribunali internazionali, ha ora preso il suo posto ed è responsabile della conduzione e del completamento di tutti i procedimenti di ricorso, del programma di protezione per vittime e testimoni, dell’applicazione delle sentenze e della gestione e conservazione degli archivi.

Il progetto “Resolution 808” documenta gli ultimi mesi di lavoro dell’ICTY dietro le quinte, e racconta le storie delle tante persone che hanno lavorato al suo interno: dall’addetto alle fotocopie al presidente, dalla guardia al procuratore capo, tutti hanno storie personali da condividere. Lombezzi e Horsthuis hanno lavorato per mesi per ottenere l’approvazione del Tribunale per questo progetto: hanno avuto la possibilità di visitare aree normalmente chiuse, come le aule dei tribunali e le celle di detenzione, e di condurre interviste approfondite con molte figure di spicco: il procuratore capo Serge Brammertz, il presidente Carmel Agius, i giudici Alphons Orie e Fausto Pocar, diversi membri dell’ufficio del pubblico ministero e diversi interpreti. Accanto a ciò, hanno avuto la possibilità di esaminare gli archivi e fotografare oggetti molto specifici, provenienti dalla scena dei crimini che hanno segnato la fine della Jugoslavia.

GLI AUTORI
Martino Lombezzi (1977, Genova) è un fotografo italiano. Sviluppa progetti sulla memoria, il territorio, l’identità. Si è laureato all’Università di Bologna nel 2003 con una tesi sulla nascita dell’ICTY e il suo ruolo nella guerra nei Balcani. Collabora con riviste italiane e internazionali. www.martinolombezzi.it

Jorie Horsthuis (1981, Amsterdam) è una giornalista e ricercatrice olandese, che ha ottenuto il master nel 2007 presso l’Università di Amsterdam con una tesi sui serbi che vivono in Kosovo. Da allora collabora con diversi giornali e riviste, come De Groene Amsterdammer, NRC Handelsblad, Trouw e Het Parool. Per scrivere le sue storie ha viaggiato nei Balcani molte volte.

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