Dalla nostra inviata Maria Domenica Celano

Un gruppo di ex collegiali si ritrovano a Ferrandina, una cittadina in provincia di Matera, situata sul versante destro del fiume Basento, proveniente da Potenza, l’altra provincia della Regione Basilicata.

  • SOMMARIO
    • Cos’era Uggiano
    • Storia di Ferrandina
    • Perché Ferrandina?
    • Chi era Maria Barbella

Ferrandina ti accoglie con le sue case colorate che si affacciano sulla Val Basento, le finestre sono occhi che guardano e scrutano, circondata da ulivi e protetta dal convento dei frati cappuccini, che impera sulla cittadina.

Il gruppo inizia il giro turistico dalla piazza De Gasperi, dove attende Antonio Cirigliano che lo guiderà a scoprire le bellezze della cittadina. Inoltrarsi nei vicoli per sentirne il suono e i sapori e sostare davanti alla pasticceria “Il sospiro” per assaggiarne il tipico dolce di cui ha preso il nome. Qualche passo più in là e di nuova sosta per ammirare un paesaggio dai colori verde-giallo e incuneare lo sguardo tra alcuni alberi e scoprire dei resti che Antonio ci indica come il castello di Uggiano.

Cos’era Uggiano

Ciminiera a biomassa

Le sue origini sono incerte. Detto Obelanum-Oblanum, fu costruito su una collina a 476 m. sul livello del mare. Una posizione strategica per il controllo dei traffici commerciali. La prima notizia riguardante la costruzione risale al 1029, a carico di Lupo Protospata, che descrive l’assedio di due musulmani Rajca e Safar. Nel 1350 ad opera di Jacopus De Astilianola la struttura venne ampliata. Sull’arco ogivale è posta la scritta” Hoc Opus fecit Magister Jacopus Trifogianus De Astiliano anno domini MCCCL”.

Il sud che non si conosce.

Una colonna in mattoni rossi che ricorda le ciminiere delle industrie del nord si pone di fronte ai nostri occhi pur essendo un po’ nascosta da qualche albero, Antonio spiega che quella ciminiera che si vede è la prima ciminiera a bio-massa.

Nella Val Basento negli sessanta-settanta erano stati scoperti giacimenti di metano e in seguito a questo si era prospettato un miglioramento dell’economia con l’industria chimica, solo un’illusione, che produsse soltanto cinquemila e passa cassa-integrati.

Un’altra opera ancora da terminare è la ferrovia Ferrandina- Matera, una linea a scartamento ordinario ma che sarà il collegamento di Matera alla rete ferroviaria nazionale.

Santa Maria della Croce

La passeggiata prosegue, dopo un piccolo boccone amaro. I vicoli si mostrano silenti, qualcuno si affaccia, qualche altro sosta davanti alla sua porta e chi guarda incuriosito. Il respiro è leggero e si riesce ad ascoltare le voci del passato. Si fiancheggia una piccola chiesa dedicata a San Giuseppe, qualcuno vi entra, un breve sguardo e poi via verso la Chiesa di Santa Maria della Croce, in piazza Plebiscito al centro di Ferrandina.

La costruzione della Chiesa ebbe inizio nel 1490. Essa presenta una facciata a salienti con tre portali cinquecenteschi e tre cupole in arte bizantina. Al suo interno si può ammirare la statua lignea della Madonna con Bambino del 1530 e due statue dorate che raffigurano Ferrante D’Aragona e sua moglie, la regina Isabella di Chiaromonte, opera dello scultore Altobello Persio di Montescaglioso. Sulla porta della sagrestia è posta la scultura lignea a forma di aquila bicipite, che contiene le reliquie della Santa Croce. Un organo a canne attira il nostro sguardo. Antonio ci spiega che è stato costruito negli anni ’70 dalla ditta padovana Fratelli Ruffatti. È situato nell’abside, con facciata ceciliana di Principali 8’, privo di cassa armonica, composto da 21 registri totali, suddivisi tra le due tastiere e pedaliera.

Ci si sofferma davanti alla Chiesa di Santa Chiara. Essa è ubicata in via Dei Mille, nel cuore del centro storico. Edificata nel XVII secolo fa parte dell’antico Monastero di Santa Chiara, il quale è ora sede del Museo Comunale della civiltà contadina e antichi mestieri: collezione di antichi oggetti, utilizzati nelle case. Il nome Santa Chiara, rammenta al gruppo in visita la loro permanenza per motivi di studio presso il collegio Santa Chiara di Tricarico, l’interesse diventa maggiora e osservarla riempie di ricordi.

Museo Comunale della civiltà contadina e antichi mestieri

Un immenso patrimonio che lascia a bocca aperta. La sua facciata è in pietra calcarea e il suo ampio portale sormontato da una nicchia, custodisce la statua di Santa Chiara.

Le pareti interne laterali hanno nicchioni, con volute e mensole, in cui sono collocati gli altari. Guardare all’insù fa girare la testa ma, ne vale la pena perché il corridoio anulare protetto da grate in ferro battuto rammenta qualcosa che il gruppo conosce: dietro le grate, le clarisse assistevano alle funzioni religiose.

Chiesa di Santa Chiara

L’altare maggiore, opera di Antonio Paradiso da Picerno in legno policromo intagliato e dorato è di gusto barocco, su di esso la pala che raffigura “Il Trionfo di Santa Chiara” di Andrea Miglionico. Lo sguardo si perde in tanta bellezza che si respira in ogni dipinto, come in quello dell’Immacolata, attribuito a Solimena e una Crocifissione di Pietro Antonio Ferro.

Il Monastero di Santa Chiara è sede del Museo Comunale della Civiltà Contadina e antichi mestieri: collezione di oggetti d’epoca utilizzati in passato nelle case. La biblioteca e il Museo Multimediale “MAFE”, qui si può ammirare la foto dell’ulivo più longevo

“Il Patriarca” una specie arborea chiamata MAJATICA. Esso ha una circonferenza di circa 8 metri e un’età di circa 2000 anni. Gli uliveti circondano Ferrandina e famose sono le sue olive infornate, secondo un procedimento tradizionale che risale al 1700, quando si usavano i forni legna per la cottura. Dal 1910 i forni a legna sono stati sostituiti da essiccatoi ad aria calda, costruiti in Germania e successivamente a Napoli. Questa tecnica permette di mantenere la sapidità dei frutti e in particolare la loro dolcezza.

Le olive si sposano molto bene con i salumi lucani, i formaggi stagionati, con l’insalata di arance, la zuppa di zucca gialla e il baccalà in umido. Il suo olio prelibato condisce ogni pietanza.

Storia di Ferrandina

Ferrandina ha origini antichissime come testimoniano i reperti ritrovati nel sottoterra della cittadina. La sua prima parte storica è stata ricostruita proprio per i ritrovamenti e le testimonianze storiche recuperate nel centro abitato. Le notizie scritte però risalgono al 1029.

Mille anni prima di Cristo un gruppo di uomini provenienti dalla Magna Grecia, costruirono il borgo e lo chiamarono Troilia, in onore della città di Troia. Non molto distante da Troilia era nato un altro villaggio, sorto attorno al castello di Obelanum, oggi conosciuto come Uggiano.

La loro crescita è dovuta alla cultura ellenica e al periodo bizantino ed ebbero molta importanza nella zona. Quando il dominio dei popoli orientali si fece debole, giunsero i Longobardi e i Normanni.

Nel 1492 dopo un violento terremoto, che distrusse i villaggi della zona, Federico d’Aragona costruì una nuova città, che accolse i superstiti e i profughi che da Uggiano si trasferirono nella nuova cittadina.

Uggiano perse importanza, di esso sono rimasti solo ruderi.

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Perché Ferrandina?

Il borgo venne chiamato Ferrandina probabilmente in onore di Ferrandino, figlio del re Ferrante I e fratello di Federico D’Aragona morto giovanissimo.

Federico d’Aragona per difendere la città, la circondò di mura e torri di avvistamento, edificò un castello e pose la prima pietra per la costruzione della Chiesa Madre dedicata a Santa Maria della Croce.

Nel Cinquecento la città ebbe una crescita economica, incentivata dall’agricoltura e dalla pastorizia e soprattutto dalla richiesta sempre maggiore della Ferlandina, un tessuto pregiato che le donne producevano al telaio. I Domenicani acquistavano il quantitativo maggiore di Ferlandina, tanto da decidere di stabilirsi nella città e di costruirvi una cupola dedicata a San Domenico.

Chiostro di San Domenico

I Ferrandinesi, così si chiamano gli abitanti di Ferrandina, sono un popolo liberale e lo ha dimostrato durante il periodo risorgimentale, partecipando ai moti del 1821 e 1860, guidato dal brigante Carmine Crocco, sconfisse l’esercito dei Savoia.

Il periodo fascista è stato per Ferrandina e i suoi abitanti il periodo più duro per la riconquista dei suoi latifondi e per questo rimase isolata dal resto del mondo.

Nel 2003 una nuova protesta la rende protagonista aderendo alla protesta contro la costruzione di un centro di raccolta di rifiuti tossici e scorie nucleari nel vicino comune di Scanzano.

Ferrandina é ancora una volta al centro dell’attenzione dei media e rappresenta questa attenzione con un murales, che impera proprio su piazza De Gasperi.

La figura è una donna di nome Maria Barbella, denominata La Signora di Sing-Sing.

Una storia di emigrazione e immigrazione in America, quella di Maria Barbella, la prima donna condannata alla sedia elettrica e venuta alla ribalta tramite la scrittrice Idanna Pucci, pronipote di Cora Slocomb di Brazzà, che la salvò.

Chi era Maria Barbella

Maria Barbella, erroneamente segnata come Barbieri o Barbello, nel 1892 insieme alla sua famiglia sbarca in America, nella Little Italy, trova lavoro presso una sartoria. Il suo andirivieni da casa lavoro e viceversa la fa incontrare con un lustrascarpe di nome Domenico Cataldo, originario di Chiaromonte. Le lusinghe del bel giovane e corregionale fecero cedere la ragazza che si diede a lui dietro la promessa del matrimonio.

Vicolo dove visse Maria Barbella

Il giovane non si decideva mai di andare a chiedere la mano di Maria ai genitori e così un bel giorno ella si recò presso il saloon di Vincenzo Manguso, dove Domenico giocava a carte con un connazionale.

La risposta negativa alla sua richiesta di ottemperare alla promessa fece scattare il desiderio di vendetta. Maria tirò fuori da sotto lo scialle un rasoio e tagliò la gola al bel lustrascarpe, il quale aveva taciuto di essere sposato con due figli, che aveva lasciato a Chiaromonte.

Era il 26 aprile 1895. Maria venne arrestata e portata nelle durissime carceri Le Tombs di New York. Il carcere di Sing-Sing prese questo nome dalla tribù indiana dei Sinck-Sinck, che vi abitava il territorio e che nel 1685, vennero sfrattati per costruirvi un penitenziario di massima sicurezza e rinchiudervi gli schiavi neri ribelli, situato a Ossining, nello Stato di New York. La notizia dell’unica donna presente, si diffuse tra i presenti, i quali iniziarono una assidua corrispondenza con lei. Le lettere si accumularono sulla scrivania del Direttore, che non osò buttarle, ma ne riferì a sua moglie, la quale decise di leggerle a quell’unica donna ignara anche della lingua inglese.

La condanna alla sedia elettrica rimbalzò di giornale in giornale, i quali arrivarono in casa di Cora Slocomb, una giovane americana nata a New Orleans, sposata con il nobile friulano Detalmo Savorgnan di Brazzà. Cora attivista per la pace e la non violenza, paladina dei diritti civili non potendo tollerare che l’America emancipata si macchiasse di una tale colpa, ritornò e iniziò la sua campagna contro la pena di morte, coinvolgendo la stampa di ogni classe sociale per salvare Maria.

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Cora però ignorava che il caso era legato al ruolo della sedia elettrica nella “guerra delle correnti” che si stava scatenando tra Edison e Westinghouse per il monopolio dell’energia elettrica. La giovane donna analfabeta e inesperta si chiuse in sé stessa, consapevole soltanto del suo gesto di vendetta per salvare l’onore suo e della sua famiglia.

Maria Barbella

Le diverse petizioni e i migliori avvocati assunti dalla Slocomb, indussero la giuria a rivedere la condanna, infatti, la giuria stabilì che la giovane donna aveva agito in preda ad un attacco di follia emotiva e le ridiedero la libertà. Maria libera ricominciò una nuova vita e morì all’età di 82 anni.

Il gruppo termina il suo tour e si va a gustare il cibo prelibato.


(Materiale fotografico articolo fornito da Maria Domenica Celano)


Fonti:


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Maria Domenica Celano

Maria Domenica Celano è un’insegnante in pensione. Divulgatrice di Arte (anche culinaria) e paesaggistica Lucana e Italiana. Per Il Salotto di Ceci Simo si occupa della rubrica: Domenica in Italia.

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1 commento

  1. Bravissima Maria Domenica Celano, sono stata fortunata ad averla come collega e adesso grande amica, persona non scontata e imprevedibile
    con Lei c’è sempre da apprendere.
    Grande Maria

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