Buongiorno carissimi lettori del Salotto, oggi siamo ancora qui per intervistare un altro artista. E abbiamo qui con noi Matteo Cincopan, attuale chitarrista degli Avvoltoi (storica formazione di Moreno Spirogi) ma che arriva dal gruppo The Poets. Nel mese di settembre del 2020 Groovy, secondo album del suo precedente gruppo, ha compiuto vent’anni e, per celebrarlo, ne è stata pubblicata su Spotify una versione completamente rimasterizzata. Matteo Cincopan ci ha concesso un’intervista per raccontarsi e per raccontare la sua esperienza con The Poets.

Diamo il benvenuto a Matteo qui nel nostro Salotto. E partiamo subito con la prima delle nostre domande. Matteo parlaci un po’ dei Poets e, soprattutto, di “Groovy!” e di come è nata e si è concretizzata l’idea di un remaster per i suoi venti anni…

I Poets sono nati alla fine degli anni Novanta da un’idea di Lorenzo Mingardi (bassista del gruppo e mio amico di vecchissima data) che intendeva formare un gruppo di ispirazione Sixties, ispirazione da estendere, oltre alle sonorità, anche a tutta l’estetica da tenere come riferimento per l’immagine del gruppo. Con l’arrivo di Matteo Ferretti alla batteria, il gruppo era formato. Eravamo tutti e tre in grado di scrivere e cantare, per cui ci siamo trovati subito con molte canzoni. Avevamo anche un registratore a quattro piste e, man mano che il nostro repertorio andava costituendosi, ci siamo organizzati anche per registrare, dapprima dei demo, poi degli interi album. “Groovy!” è nato in questo scenario, a cui siamo rimasti legati, un po’ perché grazie a quest’album abbiamo avuto la prima occasione di andare a registrare per la Teen Sound Records di Massimo del Pozzo; un po’ per le modalità e il periodo stesso in cui l’abbiamo registrato: è un album legato a un bel periodo e, quando abbiamo iniziato a ripubblicare i nostri album rimasterizzati e abbiamo potuto renderci conto di aver lasciato un segno (seppur in una nicchia), nel momento in cui per “Groovy!” è arrivato questo compleanno abbiamo pensato di celebrarlo degnamente rimasterizzandolo ex novo.

Attualmente i Poets si sono sciolti e tu sei chitarrista degli Avvoltoi. Ma il desiderio di celebrare i venti anni di “Groovy!” ha raccolto i favori anche dei tuoi ex compagni di avventura. Parlaci un po’ della realizzazione di questo album quando è nato venti anni fa…

All’inizio dell’estate del 2000 avevamo quasi una ventina di canzoni nuove e abbiamo pensato di registrare un album autoprodotto (come avevamo già fatto per il precedente “Begging for love”). Lorenzo Mingardi aveva una casa sull’Appennino, vicino a Porretta: siamo andati là, abbiamo attrezzato uno stanzone della casa con gli strumenti (e i letti!) e abbiamo iniziato le sessioni di registrazione. In una decina di giorni abbiamo registrato tutto e, per la fine di agosto avevamo prodotto il master. Trattandosi di un’autoproduzione, non c’erano lunghi tempi di attesa per la distribuzione: una volta pronte le copie abbiamo iniziato noi stessi a portarle ai vari negozi di dischi di Bologna e a venderle ai nostri concerti. Così, di mano in mano, una copia di “Groovy!” è arrivata fino a Roma, alle orecchie di Massimo del Pozzo che ci ha contattati per proporci di registrare un EP per lui.

Tornando a oggi, man mano che il compleanno di “Groovy!” si avvicinava, mi è capitato parlarne anche con gli altri membri del gruppo: è stato un bel periodo per tutti noi, quello, e l’unica cosa che ci dispiaceva era che la qualità della registrazione del master prodotto ai tempi risentiva di diversi passaggi da un nastro a un altro (li facevamo per mantenere isolate tra loro le sorgenti sonore) e, in certi casi, gli arrangiamenti si perdevano in un indistinto magma sonoro. Così abbiamo preso la palla al balzo e abbiamo deciso di festeggiare i vent’anni di “Groovy!” con un nuovo master che suonasse come fino a quel momento aveva suonato solo nelle nostre menti.

Che differenze sostanziali ci sono tra la prima versione del 2000 e quella rimasterizzata di settembre 2020?

Il suono è molto più dettagliato; abbiamo anche avuto la possibilità – in alcuni casi – di montare take diverse di alcuni strumenti, per ottenere un’esecuzione migliore, oppure sovrapporre più piste di voci per ottenere un maggiore spessore. Rispetto al vecchio master l’effetto generale è quello di un prodotto meno “casereccio”

Che tipo di influenze sono state determinanti per la produzione dei Poets all’epoca e cosa ti sei portato in eredità di quell’esperienza nella tua musica attuale?

All’epoca ascoltavamo moltissimi gruppi inglesi della “swinging London”: ci piaceva quel tipo di sound e cercavamo di riprodurlo. Inevitabilmente, però, aggiungevamo qualcosa di nostro, una nota più mediterranea e meno legata al passato, di cui non eravamo completamente consapevoli. Nel tempo ho imparato a prenderne consapevolezza e quello che cerco di fare oggi è scrivere canzoni che siano di oggi, ma che non si scordino di cosa c’è stato ieri.

Ad oggi dopo tanti anni e un percorso artistico che ti ha portato dove sei ora. Cosa rimpiangi, se c’è qualcosa ovviamente, del periodo in cui hai camminato con loro? e quale ritieni sia stato il miglior lavoro prodotto allora dal gruppo?

Credo che i Poets fossero un buon gruppo, con del potenziale. Mi dispiace che l’avventura con loro sia durata solo cinque anni: secondo me avremmo potuto fare almeno un altro paio di album. Purtroppo, quando si arriva allo scioglimento è perché si è raggiunto un punto di saturazione, ma oggi avrei cercato di adoperarmi di più per superare la crisi e far sopravvivere il gruppo.

L’importanza di “Groovy!” per Matteo Cincopan ieri e oggi…

Ai tempi, “Groovy!” fu un’occasione per mettermi alla prova su diversi piani: prima fra tutti la scrittura delle canzoni. E non solo io! Non solo nei miei, ma in tutti i brani di “Groovy!” c’è sempre una qualche trovata per renderle interessanti alle orecchie del pubblico. Un’altro grande banco di prova sono stati gli arrangiamenti: in “Groovy!”, oltre allo “zoccolo” di chitarra, basso e batteria su cui poggiano tutte le canzoni, in alcuni casi mi sono spinto a escogitare soluzioni più elaborate. La sfida consisteva nel riuscire a non sacrificare l’immediatezza. Poi c’è stato l’allenamento forzato – disponendo di sole quattro piste – a immaginarsi come doveva suonare il disco finito, anche nel mezzo delle fasi intermedie della registrazione, in modo da collocare correttamente gli strumenti nel panorama stereofonico. Insomma, durante quell’estate ho acquisito sul campo molte competenze che, adattate al digitale, mi servono ancora oggi!

Ultima domanda. Parlaci dei tuoi progetti per il futuro…

Ho diverse cose in cantiere. Per quanto riguarda i Poets, ho recentemente recuperato alcune bobine a otto piste con dei brani registrati tra il 2002 e il 2004: si tratta di preproduzioni per un album che non abbiamo mai fatto e, insieme a Lorenzo Mingardi, probabilmente cercheremo di dargli una forma per poterle pubblicare; a parte i Poets, io suono anche negli Avvoltoi di Moreno Spirogi e ho anche un altro progetto: le Frequenze di Tesla, con cui ho all’attivo due album e stiamo lavorando a nuovo materiale che contiamo di fare uscire l’anno prossimo.

E qui dobbiamo salutare Matteo che conto di poter ospitare di nuovo in questo nostro Salotto dove è sempre il benvenuto. E saluto anche voi cari lettori dandovi appuntamento alla prossima. A presto dalla vostra Adele

Potete ascoltare Groovy sul pulsante qui sotto:
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