di Mirtilla Amelia

L’Olocausto perpertrato dal Terzo Reich tra il 1933 (ascesa al potere di Hitler) e il 1945 (27 Gennaio 1945, liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa), portò alla morte di oltre 17 milioni di persone: donne, uomini, bambini.

17 milioni di persone: ebrei, Rom, omosessuali, malati mentali, dissidenti politici, testimoni di Geova, infermi.

Si è giustamente spinti a pensare alla vittime, ai nomi, alle sembianze. Il più delle volte sono nomi che evocano futuri mai vissuti, vite spezzate, corpi mai ritrovati. Famiglie distrutte, legami annientati, tra la polvere da sparo e il delirio dei folli.

Quello che perpetrò il regime nazista nel mondo è ancora oggi un macigno che incombe sulle pagine della storia dell’uomo.

Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo. Ed è giusto anche ricordare chi non è stato vittima, ma carnefice.

Perché il male ha un volto, occhi, espressioni e carattere. A rappresentarlo in questo spicchio di racconto è una ragazza tedesca, passata alla storia con più appellativi. Uno più infausto dell’altro: “la bestia bionda”, “la iena”, “la bella bestia”. Lei si chiamava Irma Grese ed è stata una delle carceriere più efferate e crudeli di Auschwitz.

Irma nasce a Wrechen in Germania, il 7 Ottobre 1923. Sin da bambina sogna di divenire infermiera, ha un carattere timido e riservato. Nel 1936 tutto cambia nella sua vita, quando la madre si suicida. Un lutto dilaniante che la colpisce nell’età dell’adolescenza e dal quale si susseguono importanti cambiamenti da giovane mite e tranquilla, diventa spietata e senza scrupoli. Hanno inizio problemi comportamentali anche con i suoi coetanei, tanto da spingerla a ritirarsi da scuola a soli 15 anni.

Pur vivendo con il padre – fervente oppositore di Hitler – Irma è completamente soggiogata dall’ideologia nazista. Nel Fuhrer e nelle sue promesse, crede di poter realizzare la propria vita.

S’iscrive alla Lega delle ragazze tedesche (Bund Deutscher Mädel), un’organizzazione di giovani Naziste. Tenta di concretizzare il suo sogno d’indossare la divisa d’infermiera senza riuscirci, mai. Ma le scelte che intraprese la portarono sì a vestire una livrea, ma la più pericolosa e maledetta: quella delle SS.

A 19 anni inizia a lavorare come guardia nel campo di concentramento femminile di Ravensbruck. Grazie alle sue “doti”, fa presto carriera e solo un anno dopo viene trasferita ad Auschwitz dove il suo nome e le sue crudeltà diventano un connubio mortale per i prigionieri, e motivo di vanto tra i gerarchi nazisti. Quando il padre venne a sapere del trasferimento della figlia e delle sue mansioni nel campo di concetramento, la cacciò di casa. Lei lo denunciò e l’uomo finì recluso.

Irma indossando quell’uniforme, dona il peggio di sè perpetrando torture e indicibili nefandezze su donne e bambini.

Sadica, crudele, efferata.

Sul suo volto, sino alla fine, non trasparirà dubbio o colpa. Irma svolge il suo “lavoro” con dedizione, passione e malefica capacità. Riesce a conquistare l’ambito grado (tra le donne SS) di: Supervisore Capo.

I sopravvissuti raccontarono che “La Bestia Bionda” era la più temibile, capace d’infliggere torture sino a quando non vedeva la vittima prescelta esalare l’ultimo respiro. Amava scegliere le prigioniere da spedire nelle camere a gas soprattutto per la loro bellezza. Picchiava, violentava le donne costringendo alcune di esse ad assistere allo scempio, allo stupro delle proprie malcapitate compagne. Arrivò a sciogliere i cani – lasciati senza razioni per giorni – per farli cibare delle carni dei prigionieri.

I suoi stessi colleghi la definivano crudele. Osò essere il mostro, in mezzo ai mostri.

Testimonianze affermano che fu sempre lei a far montare dei paralumi creati con la pelle dei deportati. Nefandezze, espressioni di una disumanità pari a pochi che le permisero di scalare i vertici del potere nazista all’interno dei campi di concentramento di: Ravensbruck, Auschwitz e Bergen-Belsen.

Venne arrestata dall’esercito Britannico il 17 Aprile del 1945, insieme ad altre SS. Durante tutto il processo di Belsen, non ebbe mai un attimo di pentimento. Fiera, concreta e insolente non rinnegò mai i suoi ideali nè le sue decisioni. Venne condannata alla pena massima: impiccagione come criminale di guerra. Aveva 22 anni al momento dell’esecuzione, le sue ultime parole furono: “Schnell” (rapidamente). Quella rapidità che non offriva mai alle proprie vittime, per le quali godeva nel seviziarle.


Fonti:
  • Gulliber: La bella Bestia di Auschwitz
  • Berlino Magazine: Irma Grese, la Bella Bestia di Belsen
  • Bet Magazine Mosaico: Nazismo al femminile: Irma Grese e le altre

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Mirtilla Amelia

Ciao, mi chiamo Mirtilla Amelia! Amo viaggiare, leggere e scrivere. Cito una frase di Tiziano Terzani – uno dei miei scrittori preferiti – perché mi rappresenta tantissimo: Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.


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