di Amelia Settele

Russia, versante orientale dei Monti Cholatčachl’ – che in lingua Mansi (lingua obugrica parlata in Russia, nel distretto autonomo degli Hanti e dei Mansi) significa “Montagna dei Morti” – è nel freddo e nel silenzio di questo luogo che si dipanano gli inspiegabili eventi che vedono protagonisti nove escursionisti ritrovati privi di vita, nel 1959.

Solo più tardi il valico di montagna, palcoscenico della drammatica sciagura, verrà rinominato: “Passo di Dyatlov”, in memoria del capo della spedizione Igor Dyatlov.

Quella che doveva essere un’escursione impegnativa e bellissima, si è tramutata in uno dei cold-case più inquietanti che la storia dell’alpinismo mondiale, ricordi.

L’enigmatica storia comincia, così:

Il 23 Gennaio 1959 inizia il viaggio. Le notizie certe registrate prima dell’incidente, annotano che il 25 Gennaio la compagnia arriva in treno sino a Ivdel (città della Russia Siberiana Nordoccidentale) per poi spostarsi in camion fino a Vizhaj – l’ultimo distaccamento abitato.

Il 27 Gennaio il gruppo coordinato da Igor Dyatlov, prosegue l’escursione. La comitiva è composta da esperti sciatori di cui otto sono uomini e due sono donne. Tutti provenienti dall’Istituto Politecnico degli Urali di Ekaterinburg (nove studenti e un professore di sport). Affrontano un’escursione importante e ostica che li avrebbe dovuti condurre sino al Monte Otorten. Il percorso scelto per quel periodo dell’anno è classificato di terza categoria ovvero, il più difficile. Tra tutti i partecipanti solo uno si salva, in quanto un improvviso malore lo costringe a ritirarsi. Il suo nome era: Jurij Efimovič Judin, aveva 22 anni. Si allontanerà dal gruppo il giorno dopo e sarà l’unico superstite. Da quel momento la compagnia sarà formata da 9 membri.

Le macchine fotografiche, le cineprese e i diari ritrovati sul luogo del massacro, testimoniano che il gruppo di escursionisti durante i primi cinque giorni di viaggio, aveva esplorato in totale tranquillità luoghi bellissimi e magnetici come: foreste e laghi ghiacciati. Circondati da una natura vigorosa e polare. Il clima tra i viaggiatori era sereno e goliardico. Nulla sembrava presagire quello che sarebbe accaduto.

Il 31 Gennaio arrivano sul bordo di un altopiano dove si preparano per iniziare la salita. Organizzati al meglio, depositano anche scorte di cibo ed equipaggiamento validi da utilizzare durante il ritorno. Il 1° Febbraio iniziano a percorrere il passo, ma una tempesta di neve intensa e minacciosa capace persino di disorientarli, li obbliga a deviare verso Ovest… Verso la Montagna dei Morti.

Una tormenta che interromperà per sempre ogni tipo di comunicazione e notizia sul e dal gruppo.

Le ricerche:

Dyatlov aveva dichiarato che appena rientrati a Vizhaj avrebbe telegrafato alla loro associazione sportiva e alla famiglia, per rendere noto che la spedizione stava proseguendo senza problemi. Mentre i giorni passavano, nessuno nell’immediato – vista la difficoltà dell’itinerario intrapreso e gli scarsi mezzi di comunicazione presenti a quel tempo- si allarmò. Ma quando l’assenza di trasmissioni superò i giorni di ritardo accettabili e consueti, la preoccupazione portò anche i parenti dei ragazzi a sollecitare l’intervento dei soccorsi.

Interventi che vennero organizzati e fatti partire 25 giorni dopo. Inizialmente parteciparono alle ricerche solo volontari tra studenti e professori, più tardi vennero coinvolti l’esercito e la polizia che integrarono e supportarono le ricerche della comitiva anche con aeromobili.

Il ritrovamento:

È il 26 Febbraio quando viene ritrovata la tenda della comitiva, pesantemente compromessa e squarciata dall’interno. Sin da subito si denota una anomalia in quanto l’accampamento – senza ragione logica alcuna – è collocato su un pendio ghiacciato e non nella foresta, come sarebbe stato più ideale e consono alle necessità del team.

Seguendo le numerose impronte che conducono verso il bosco -a pochi metri di distanza dal campo, sotto un albero di cedro- i soccorritori ritrovano i resti di un fuoco e i primi due cadaveri di Jurij Nikolaevič Dorošenko e Jurij Alekseevič Krivoniščenko. Entrambi i corpi sono privi di vestiario (indossavano solo la biancheria intima) e sembrano essere deceduti per ipotermia. Sui due poveri ragazzi non si evidenziano tracce di traumi o ferite visibili a occhio nudo. Poco tempo dopo Igor Alekseevič Djatlov, Zinaida Alekseevna Kolmogorova e Rustem Vladimirovič Slobodin vengono ritrovati tra il campo base e l’albero di cedro che ha custodito i corpi delle prime vittime. Dagli esami autoptici effettuati sui cadaveri, i medici dichiarano che la morte per ipotermia sembra essere la diagnosi più plausibile. Sposando queste tesi, i medici declassano l’importanza della frattura cranica rinvenuta su uno dei cadaveri ritrovati e gli inquirenti decidono anche che la carne ritrovata sulla corteccia del cedro, come alcuni suoi rami spezzati fino ad un’altezza di 4 metri, non abbiano necessità di trovare spiegazione e connessione valida, che possa far luce sull’incidente.

Si dovranno attendere lo sciogliersi della neve e del ghiaccio – per un tempo utile di due mesi – affinché la montagna restituisca i corpi degli altri componenti del gruppo: Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles, Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina e Aleksandr Sergeevič Kolevatov.

I resti vengono ritrovati il 4 maggio in un burrone dentro il bosco, tutti completamenti vestiti. Al contrario dei primi, quello che raccontano i cadaveri degli ultimi è impressionante e angosciante perché i corpi riportano importanti fratture craniche e costali. Sul cadavere di una delle due ragazze era stata divelta la lingua e strappati via gli occhi… Una scena da brividi che narra una storia angosciante, intrisa di violenza e mistero.

Una vicenda che capovolge e annulla le tesi finora espresse sia dagli investigatori impegnati nelle indagini che dai medici coinvolti nelle necroscopie.

Ma chi o cosa ha ucciso i ragazzi?

La natura ha restituito i corpi di tutti i membri della spedizione. Gli elementi raccolti, provano che quanto accaduto sulla Montagna della Morte si tinge di un mistero difficile da chiarire. Eppure le indagini aperte dalle autorità russe si chiuderanno in un tempo veramente breve, vista la complessità dell’evento e il mistero che aleggia.

L’inchiesta ufficiale attribuisce la causa della tragedia del Passo Dyatlov a “Una Forza Naturale Misteriosa e Sconosciuta”.

Gli indizi raccolti provano che i ragazzi hanno tagliato la tenda dall’interno per fuggire come se qualcuno (o qualcosa) di estremamente pericoloso, fosse lì con loro e dal quale dovevano allontanarsi il più in fretta possibile. Inoltre il vestiario della comitiva presenta un alto tasso di radioattività e sulla scena dell’incidente sono stati rinvenuti pezzi di metallo, mai ufficialmente identificati. I medici per cercare di spiegare cosa abbia massacrato il gruppo, paragonano le ferite riportate dai cadaveri a quelli coinvolti negli incidenti stradali. Una forza d’impatto mostruosa, ma che non ha lasciato segni evidenti, come: ematomi, escoriazioni o ferite lacero contuse. L’impeto dell’urto ha procurato traumi interni irreversibili. Solo il volto di una delle due ragazze è stato brutalizzato con la rimozione degli occhi e l’estirpazione della lingua – l’autopsia non riuscirà mai a stabilire se la violenta rimozione fu effettuata pre o post-mortem. Si pensa anche che i cadaveri ritrovati senza indumenti siano stati colpiti dal fenomeno dell’undressing paradossale, ovvero: l’irragionevole svestizione che vede protagonisti i soggetti in ipotermia i quali spogliandosi, avvertono una (illogica quanto illusoria) sensazione di riscaldamento. Percezione in realtà prodotta dall’alternarsi della vasocostrizione e della vasodilatazione che conducono il soggetto in ibernazione a percepire calore restando senza vestiti, mentre in realtà la temperatura corporea continua a precipitare. Dopo il fenomeno dell’undressing paradossale, le vittime di ipotermia assumono la posizione a quattro zampe per strisciare sul terreno, per poi finire in posizione fetale e morire. Forse anche i primi corpi ritrovati sono stati colpiti da questo fenomeno?

Si è infatti arrivati a supporre che gli altri ragazzi della compagnia abbiano poi utilizzato i vestiti di cui si sono liberati i propri compagni per cercare calore e riparo perché, dalla posizione del ritrovamento dei corpi, si è presupposto che una parte del gruppo stesse provando a rientrare all’accampamento, prima di rimanere ucciso.

Il mistero che avvolge questa storia si amplifica con elementi che sfiorano il surreale e trascinano l’incidente al Passo di Dyatlov verso racconti oscuri e teorie naturalistiche.

Tesi, supposizioni e leggende:

Con l’archiviazione (frettolosa) dell’inchiesta, si solleva sempre più curiosità e desiderio di conoscere una verità che non sembra assolutamente essere stata chiarita dalle indagini, le quali assumono agli occhi del mondo i contorni sbiaditi di un “segreto di Stato”.

Gli anni passano, ma la tragedia del Passo di Dyatlov non viene dimenticata, anzi… si moltiplicano le teorie più disparate che vanno da una valanga, fino all’attacco alieno. Vengono ipotizzati pericolosi esperimenti militari clandestini. Testimonianze di altri esploratori coinvolti in escursioni in quella stessa zona e periodo, focalizzarono le teorie sull’avvistamento di “sfere arancioni” nei cieli dei Monti Urali che, altri non erano se non missili balistici R-7 sparati come esercitazione speciale dall’esercito. Non si può dimenticare la supposizione che vede protagonisti un gruppo d’indigeni Mansi, responsabili di aver aggredito il gruppo di ragazzi in modo efferato e brutale perché colpevoli di aver sconfinato nella loro terra. Si ipotizza addirittura che dietro alla morte dei giovani ci sia Almas, il mostruoso uomo delle nevi.

Insomma si moltiplicano le tesi, le storie sussurrate e si favoleggiano misteri e incredibili dinamiche, ma ai caduti e ai rispettivi familiari continua a mancare una concreta verità, plausibile e meritevole tanto da poter far riposare in pace le vittime e dare tregua ai loro cari. Intorno agli anni ’90, i fascicoli dell’inchiesta vennero desegretati facendo emergere nuovi indizi utili a perorare un’altra ipotesi che vede coinvolto l’utilizzo di una potentissima quanto ignota arma segreta russa. Nell’Ottobre del 2013 Donnie Eichar pubblica il suo romanzo “Dead Mountain: The Untold True Story of the Dyatlov Pass Incident” nel quale ripercorre il tragico incidente del Passo di Dyatlov, suggerendo la tesi della “tempesta perfetta”- un raro fenomeno naturale di una potenza talmente tanto devastante da essere in grado di creare numerosi micro-tornado e generare ultrasuoni impercettibili da orecchio umano; in grado di alterare lo stato psico-motorio dei ragazzi, fino a compromettere la loro stabilità e lucidità inducendoli di fatto, a fuggire dalla tenda verso l’oscurità e la morte.

Nel 2019 su richiesta dei familiari delle vittime, si riapre l’inchiesta.

Gli studiosi chiamati a cercare di fare (finalmente) luce sulle vere cause della vicenda sono Johan Gaume, professore alla Scuola Politecnica Federale di Losanna e Alexander Puzrin del Politecnico di Zurigo. Attraverso i moderni strumenti a loro vantaggiano e ricreando il possibile scenario di quella famosa notte del 1° Febbraio, i due esperti dichiarano che solo una valanga di enormi proporzioni, può considerarsi la vera causa della tragedia sul Passo di Dyatlov. Teoria che venne subito presa in considerazione anche dagli esperti, 63 anni fa. Quello che Gaume e Puzrin portano in evidenzia è che i giovani – pur essendo degli esperti alpinisti- vennero ingannati dalla conformazione del territorio dove decisero di accamparsi. Picconando la tenda in quel luogo e tagliando la neve per poter fissare il proprio campo base, hanno dato inconsapevolmente inizio allo smottamento che si è trasformato dopo poco in una slavina che li travolse e uccise.

 “Se non avessero tagliato il pendio, questa tragedia non si sarebbe consumata” (Alexander Puzrin).

Quest’ultima ipotesi non è stata accolta con molto clamore o giubilo:

Le persone non vogliono credere che sia stata una valanga. È una spiegazione troppo normale” (Johan Gaume)

Dopo tutti questi anni intorno all’incidente del Passo Dyatlov continuano ad aleggiare mistero e supposizioni. Come se niente e nessuno fosse capace di spiegare in modo concreto, cosa capitò veramente:

La verità è che nessuno sa cosa accadde davvero quella notte. Ma quanto abbiamo scoperto indica che l’ipotesi valanga è assolutamente plausibile” (A. Puzrin)

L’incidente del Passo di Dyatlov consolida e conferisce alla natura il ruolo di unica e imperitura testimone e (forse) carnefice delle infauste sorti di:

Igor Alekseevič Djatlov , capospedizione, 23 anni, Zinaida Alekseevna Kolmogorova, 22 anni

Ljudmila Aleksandrovna Dubinina, 23 anni , Aleksandr Sergeevič Kolevatov, 24 anni

Rustem Vladimirovič Slobodin, 23 anni , Jurij Alekseevič Krivoniščenko, 23 anni

Jurij Nikolaevič Dorošenko, 21 anni , Nikolaj Vladimirovič Thibeaux-Brignolles, 23 anni e

Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, 35 anni.

Relegando le loro vite spezzate al freddo silenzio di una morte senza colpevoli.

Fonti:

  • Midnight Factory: “La vera storia che ha ispirato il Passo del Diavolo”
  • Wikipedia: “L’incidente sul Passo di Dyatlov”
  • Montagna.tv: ”La storia horror del Passo di Dyatlov. Un mistero mai risolto”
  • National Geographic: ”Il mistero del Passo di Dyatlov: la scienza può spiegare il tragico incidente?”
  • Animali e Animali: ”L’incidente del Passo Dyatlov, una storia vera. Uno Yeti killer”
  • Corriere.it: “Mistero del Passo Dyatlov…”
  • Focus: ”La tragedia del Passo Dyatlov: fu davvero (solo) una valanga”

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Amelia Settele

Ciao, mi chiamo Amelia Settele! Amo viaggiare, leggere e scrivere. Cito una frase di Tiziano Terzani – uno dei miei scrittori preferiti – perché mi rappresenta tantissimo: Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.


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