La sera del 24 aprile 2022 è stata in qualche modo storica per la Francia ma anche per l’Europa. L’avvenuta rielezione del presidente uscente Macron è stata salutata in Francia con soddisfazione dall’Arco Repubblicano, meno dall’estrema destra ovviamente, e ancor più hanno tirato un sospiro di sollievo a Bruxelles tutte le autorità europee e tutti coloro che credono che l’Europa unita sia un destino ineluttabile, quantunque assai complesso da raggiungere.

L’eventuale vittoria della sfidante Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, avrebbe creato non pochi problemi alla vita delle istituzioni europee viste le idee tutt’altro che europeiste della Le Pen, degna figlia di suo padre.

Il successo, seppur non a valanga, di Macron nel ballottaggio per la presidenza della Repubblica Francese concede alla Francia e all’Europa cinque anni di tempo per dare una svolta alle scelte strategiche in campo europeo e per concretizzare un progetto da troppo tempo paventato ma impantanato in mille pastoie e veti incrociati che ha reso l’Unione Europea un gigante dai piedi d’argilla.

Qualcuno sussurra che Macron abbia il sogno, novello Napoleone democratico, di tentare l’impresa di potersi fregiare della nomina a primo presidente degli Stati Uniti d’Europa, cosa che dopo due presidenze della Repubblica di Francia lo farebbe entrare di diritto nella storia se non proprio al pari di Napoleone, almeno al fianco di De Gaulle (sul lato francese).

L’età l’avrebbe, Macron, per tentare l’impresa, ciò che manca sono gli Stati Uniti d’Europa purtroppo.

Vero è che la sfilata sugli Champs des Mars al suono dell’Inno alla Gioia di Beethoven (che non a caso è l’inno dell’Unione Europea) anziché della Marsigliese forse dice molte più cose di tante parole sulle reali intenzioni del neo rieletto presidente francese in ambito europeo.

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D’altro canto il momento storico forse è davvero il più propizio degli ultimi decenni e per varie ragioni.

Anzitutto la pandemia e la ritrovata unità contro i danni da essa provocata che ha rotto un tabù sino a pochi mesi fa impensabile, quello di un debito comune europeo (i famigerati eurobond). Vi è poi stata la guerra in Ucraina, meglio invasione della Russia ai danni dell’Ucraina, e la neonata unità in politica estera di tutti e ventisette membri dell’Unione, compresa l’accelerazione sulla Bussola Strategica e in prospettiva il primo vero esercito europeo.

Inoltre vi sono troppe spinte centrifughe (specialmente di estrema destra) che vorrebbero disgregare l’Europa per non far pensare a molti che forse è giunto il momento di osare e di fare quel passo in avanti tanto auspicato da tempo.

Tanto più che l’uscita di scena di Angela Merkel ha reso oggettivamente la Germania più debole sul piano europeo e la ritrosia tedesca a un passo in avanti per l’unificazione europea potrebbe oggi essere più facilmente superabile visti anche i legami della Germania con la Russia e i danni che tali scelte di politica economica stanno provocando in Europa ora che la guerra minaccia i confini dell’Unione.

Se dunque il momento è propizio occorre che non lo si lasci scappare invano. Bisogna che politici coraggiosi abbiano la forza di proporre quel passo verso gli Stati Uniti d’Europa che, guardando all’oggi con gli occhi dello storico di dopodomani, sembra assolutamente inevitabile e l’unico modo per evitare che l’Europa intesa come continente e culturalmente, e i singoli stati che la compongono non finiscano con il diventare periferia del mondo, emarginati persino dagli alleati occidentali sull’altra sponda dell’Atlantico.

Verrebbe da dire: ora o mai più!

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