di Amelia Settele

Domenica, 14 Aprile 1912 ore 23:40: il transatlantico britannico Titanic ha lanciato il suo SOS dopo la terribile collisione con un enorme iceberg incontrato sulla rotta del suo viaggio inaugurale. Il Titanic doveva rappresentare la massima espressione della maestosità, del lusso e della tecnologia dei primi del novecento in ambito navale; purtroppo la storia l’ha reso celebre per la tragedia del suo naufragio.

Nelle due ore e quaranta minuti che portarono il Titanic dall’ essere il futuro della tecnologia nautica, al grande relitto ferito e inabissato nelle acque oscure e gelide dell’Oceano Atlantico, molte vite vennero spezzate. Delle 2223 persone salite a bordo al porto di Southampton (di cui 800 appartenevano all’equipaggio) solo 700 – un numero davvero esiguo – riuscì a vedere la luce del sole e a sopravvivere.

Uno dei superstiti scampati all’immane disastro – nonché unico passeggero giapponese sul Titanic – fu doppiamente colpito dalla tragedia in quanto riuscì a salvarsi, ma per il resto della sua vita fu etichettato come codardo e ostracizzato dall’opinione pubblica, dal governo e dalla stampa dell’impero del sol levante. Il suo nome era Masabumi Hosono e questa è la sua storia:

Hosono nasce il 15 Ottobre del 1870 nel villaggio di Hokura, è un impiegato statale al servizio del Ministero dei trasporti; sarà proprio per motivi di lavoro che s’imbarcherà sul transatlantico più (tristemente) famoso del mondo.

Il motivo della trasferta lavorativa è semplice: per due anni è stato inviato in Russia per studiare e valutare il sistema ferroviario, il suo rientro prevede che parte del viaggio sia vissuto a bordo del Titanic.

La notte dell’incidente Masabumi – viaggiando in seconda classe – viene svegliato da un inserviente che con modi spiccioli gli suggerisce d’indossare il salvagente e di attendere il suo turno lontano dal ponte, per poter imbarcarsi a tempo debito, sulle scialuppe di salvataggio. La storia c’insegna che fu proprio l’esiguo numero delle lance di salvataggio rispetto ai passeggeri a bordo, a decretare il numero impressionante di vittime rendendo la tragedia del Titanic ancora più difficile da dimenticare. Non fu l’incidente a condannare a morte le tante vittime, ma la decisione assurda di prediligere l’estetica del transatlantico, alla sicurezza.

Sulla nave in piena avaria, regna il caos più totale: urla, lamenti, pianti e confusione. Hosono riesce a raggiungere il ponte e a valutare il completo disastro che sta avvenendo. I minuti passano, le grida aumentano e la mente lo porta solo e soltanto a pensare a come salvarsi per poter riabbracciare sua moglie e i figli pertanto, invece di rispettare le già esistenti distinzioni tra i passeggeri di diverse classi, attendendo ancora e ancora di avere un posto sulle scialuppe, coglie al volo l’ennesimo momento di allarme totale e salta su una lancia cercando di passare inosservato ai marinai che tentano disperatamente di controllare la situazione.

Hosono vede morire uomini, donne, bambini, giovani e anziani; osserva il lento ma inesorabile inabissamento della nave, il rumore incessante dell’acqua ghiacciata che colpisce gli argini della scialuppa e il tonfo innaturale dell’ultimo lembo del Titanic mentre il mare ne inghiotte il prestigio, l’avanguardia e le vite.

In un evidente e plausibile stato di shock insieme agli altri superstiti, il 18 Aprile arriva a New York grazie alla nave Carpathia, che li ha soccorsi e salvati. Proprio durante la sua permanenza in America, avendo con sé ancora dei fogli intestati del Titanic decide di scrivere una missiva alla moglie, raccontando tutta la sua triste avventura; questa lettera è ancora oggi l’unica testimonianza scritta su carta intestata del Transatlantico.

Nel frattempo i mass media arrivano a conoscere il suo nome e la sua storia, indicandolo da subito come “Il giovane Giapponese fortunato”. Dopo poco riparte per San Francisco alla volta del Giappone. Al suo rientro a casa, i giornalisti americani continuano ad accusarlo in modo velato e ironico di non aver rispettato le basilari regole etiche e morali che si adottano durante un salvataggio in mare e che prevedono di lasciare il posto prima alle donne e ai bambini. Ma Hosono aveva pensato alla sua famiglia e doveva sopravvivere per rivederli e riabbracciarli. Prima dell’onore, l’amore.

Dopo il suo rientro in Giappone, fu oggetto d’interviste e interesse pubblico, ma presto complici anche i già non idilliaci rapporti tra l’Impero del Sol Levante e gli Stati Uniti d’America che continuava la sua campagna denigratoria contro il giovane Hosono, anche l’opinione pubblica insieme alle massime autorità del governo nipponico si scagliarono contro Masabumi definendolo un codardo e un vigliacco. Iniziarono ad arrivare addirittura minacce e insulti che colpirono anche la famiglia.

Venne licenziato e messo alla gogna pubblica, finì addirittura sui libri di storia come esempio “negativo”, da non emulare mai. Gli venne spesso suggerito di suicidarsi e di vergognarsi, ma in tutto questo ostracismo Hosono non cercò mai un confronto pubblico. Non dichiarò mai la “sua” verità.

Solo lo scorrere del tempo, permise a Masabumi di tornare di nuovo a vivere la sua vita nel più totale anonimato sino al 1° Settembre del 1923 quando il devastante terremoto del Kanto distrusse Tokyo e molte altre zone limitrofe; il Ministero dei Trasporti richiamò Hosono immediatamente perché le sue competenze e capacità ora servivano più della sua reputazione.

Hosono ricominciò da dove l’avevano obbligatoriamente allontanato e lavorò sino al 1939, quando morì per cause naturali.

Per moltissimi anni il silenzio tornò ad aleggiare su questa storia e solo il nipote Haruomi Hosono, famoso musicista, ha cercato e cerca da sempre di riabilitare la memoria dello zio. Un aiuto concreto gli è stato fornito nel 1997 con l’uscita nelle sale cinematografiche del film cult “Titanic” – vincitore di ben 11 Oscar per la regia di J. Cameron – attraverso il quale l’attenzione mediatica si riaccese sia sulle dinamiche del naufragio che sulle relative storie dei superstiti. Infatti anche la storia di Hosono tornò alla ribalta, ma contrariamente a quanto avvenuto in passato, questa volta non piovvero solo critiche ma ci fu anche chi iniziò a leggere tra le pagine di questo salvataggio la concreta realtà che a spingere il giovane giapponese sulla scialuppa fu la paura di non rivedere più la sua famiglia. Fu l’amore e non l’onore a portare Hosono sulla lancia. Almeno questa, è la risposta che in parte si avvicina al nome di quest’uomo negli ultimi anni.

La verità?

Io la immagino custodita, qui: 41° 46′ N 50° 14′ W – nelle coordinate storiche del relitto del Titanic che inabissandosi ha celato al mondo la sua bellezza, troppe esistenze e l’impeto veritiero che spinse Hosono Marabumi a seguire il cuore e non la razionalità.


Amelia Settele

Ciao, mi chiamo Amelia Settele! Amo viaggiare, leggere e scrivere. Cito una frase di Tiziano Terzani – uno dei miei scrittori preferiti – perché mi rappresenta tantissimo: Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.


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